Rodari nel regno di Mangionia

Da piccolo, si nascondeva nelle casse con cui veniva consegnata la pasta al babbo, il fornaio di Omegna, e leggeva. E giá questo basterebbe a farcelo amare alla follia. Se non fosse che giá lo amavamo, parola per parola, lettera per lettera, da quelle prime sillabe che abbiamo imparato a leggere, proprio sui suoi libri, un milione di anni fa.

Gianni Rodari, nato sul lago d’Orta nel 1920 ex seminarista, poi maestro di scuola, musicista di paese, giornalista e scrittore, ebbe una vita breve, ma é una presenza importante nella storia della letteratura per bambini. Di fatto, generazioni di italiani (ma non solo!) sono andati a dormire con le favole di Gianni Rodari, che dopo 50, 60 anni dalla prima stesura, risultano ancora modernissime e per la loro semplicitá e arguzia adatte anche ad intrattenere un pubblico adulto.

Leggere Rodari é fare un tuffo nella nostalgia, ma non solo: svuota la testa dallo stress della giornata, é un potente antivirus contro i barocchismi di pensiero e di scrittura. E quindi, io sto zitta e vi lascio leggere questa selezione di favole di Rodari…gastronomico.

Se volete, votate le vostre favole preferite. Non so cosa faremo dei risultati, forse nulla, ma votare é divertente.


FAVOLE AL TELEFONO – UNA SELEZIONE “GASTRONOMICA”

STORIA DEL REGNO DI MANGIONIA

Storia del regno di MangioniaSul lontano, antico paese di Mangionia, a est delducato di Bevibuono, regnò per primo Mangione ilDigeritore, così chiamato perché dopo aver mangiato glispaghetti sgranocchiava anche il piatto, e lo digeriva ameraviglia.Gli successe sul trono Mangione Secondo, detto TreCucchiai, perché mangiava la minestra in brodoadoperando contemporaneamente tre cucchiai d’argento:due li teneva lui con le sue mani, il terzo glielo reggeva laRegina, e guai se non era pieno.Dopo di lui, nell’ordine, salirono sul trono diMangionia, che era collocato a capo di una tavolaimbandita giorno e notte:Mangione Terzo, detto l’Antipasto;Mangione Quarto, detto Cotoletta alla Parmigiana;Mangione Quinto, il Famelico;Mangione Sesto, lo Sbranatacchini;Mangione Settimo, detto «Ce n’è ancora?», che divoròperfino la corona, e sì che era di ferro battuto;Mangione Ottavo, detto Crosta di Formaggio, che sullatavola non trovò più nulla da mangiare e inghiottì latovaglia;Mangione Nono, detto Ganascia d’Acciaio, che simangiò il trono con tutti i cuscini.Così la dinastia finì. “


IL CACCIATORE SFORTUNATO

Prendi il fucile, Giuseppe, prendi il fucile e vai acaccia, – disse una mattina al suo figliolo quella donna. -Domani tua sorella si sposa e vuol mangiare polenta elepre.Giuseppe prese il fucile e andò a caccia. Vide subitouna lepre che balzava da una siepe e correva in un campo.Puntò il fucile, prese la mira e premette il grilletto. Ma ilfucile disse: Pum!, proprio con voce umana, e invece disparar fuori la pallottola la fece cadere per terra.Giuseppe la raccattò e la guardava meravigliato. Poiosservò attentamente il fucile, e pareva proprio lo stessodi sempre, ma intanto invece di sparare aveva detto:Pum!, con una vocetta allegra e fresca. Giuseppe scrutòanche dentro la canna, ma com’era possibile, andiamo,che ci fosse nascosto qualcuno? Difatti dentro la cannanon c’era niente e nessuno.- E la mamma che vuole la lepre. E mia sorella chevuol mangiarla con la polenta…In quel momento la lepre di prima ripassò davanti aGiuseppe, ma stavolta aveva un velo bianco in testa, e deifiori d’arancio sul velo, e teneva gli occhi bassi, ecamminava a passettini passettini.- Toh, – disse Giuseppe, – anche la lepre va a sposarsi.Pazienza, tirerò a un fagiano.Un po’ più in là nel bosco, difatti, vide un fagiano chepasseggiava sul sentiero, per nulla spaventato, come il primo giorno della caccia, quando i fagiani non sannoancora che cosa sia un fucile.Giuseppe prese la mira, tirò il grilletto, e il fucile fece:Pam!, disse: Pam! Pam!, due volte, come avrebbe fattoun bambino col suo fucile di legno. La cartuccia cadde interra e spaventò certe formiche rosse, che corsero arifugiarsi sotto un pino.- Ma benone, – disse Giuseppe che cominciava adarrabbiarsi, – la mamma sarà contenta davvero se tornocol carniere vuoto.Il fagiano, che a sentire quel pam, pam, si era tuffatonel folto, ricomparve sul sentiero, e stavolta lo seguivanoi suoi piccoli, in fila, con una gran voglia di ridereaddosso, e dietro a tutti camminava la madre, fiera econtenta come se le avessero dato il primo premio.- Ah, tu sei contenta, tu, – borbottò Giuseppe. – Tu ti seigià sposata da un pezzo. E adesso a che cosa tiro?Ricaricò il fucile con gran cura e si guardò intorno. C’erasoltanto un merlo su un ramo, e fischiava come per dire:«Sparami, sparami».E Giuseppe sparò. Ma il fucile disse: Bang!, come ibambini quando leggono i fumetti. E aggiunse unrumorino che pareva una risatina. Il merlo fischiò piùallegramente di prima, come per dire: «Hai sparato, haisentito, hai la barba lunga un dito».- Me l’aspettavo, – disse Giuseppe. – Ma si vede cheoggi c’è lo sciopero dei fucili.- Hai fatto buona caccia, Giuseppe? – gli domandò lamamma, al ritorno.- Sì, mamma. Ho preso tre arrabbiature belle grasse.Chissà come saranno buone, con la polenta.”


CUCINA SPAZIALE

Un mio amico cosmonauta è stato sul pianeta x213, emi ha portato per ricordo il menù di un ristorante di lassù.Ve lo ricopio tale e quale:

ANTIPASTI- Ghiaia di fiume in salsa di tappi- Crostini di carta asciugante- Affettato di carbone

MINESTRE- Rose in brodo- Garofani asciutti al sugo d’inchiostro- Gambe di tavolini al forno- Tagliatelle di marmo rosa al burro di lampadinetritate- Gnocchi di piombo

PIATTI PRONTI- Bistecca di cemento armato- Tristecca ai ferri- Tristezze alla griglia- Arrosto di mattoni con insalata di tegole- Do di petto di tacchino- Copertoni d’automobile bolliti con pistoni- Rubinetti fritti (caldi e freddi)- Tasti di macchina da scrivere (in versi e in prosa)

PIATTI DA FARSI- A piacerePer spiegare quest’ultima espressione, un po’ generica,aggiungerò che il pianeta x213, a quanto pare, èinteramente commestibile: ogni cosa, lassù, può esseremangiata e digerita, anche l’asfalto della strada. Anche le montagne? Anche quelle. Gli abitanti di x 213 hanno giàdivorato intere catene alpine.Uno, per esempio, fa una gita in bicicletta: gli vienefame, smonta e mangia la sella, o la pompa. 1 bambinisono ghiottissimi di campanelli.La prima colazione si fa così: suona la sveglia, tu tisvegli, acchiappi la sveglia e la mangi in due bocconi.”


LA CARAMELLA ISTRUTTIVA

Sul pianeta Bih non ci sono libri. La scienza si vende esi consuma in bottiglie.La storia è un liquido rosso che sembra granatina, lageografia un liquido verde menta, la grammatica èincolore e ha il sapore dell’acqua minerale. Non ci sonoscuole, si studia a casa. Ogni mattina i bambini, secondol’età, debbono mandar giù un bicchiere di storia, qualchecucchiaiata di aritmetica e così via.Ci credereste? Fanno i capricci lo stesso.- Su, da bravo, – dice la mamma, – non sai quanto èbuona la zoologia. È dolce, dolcissima. Domandalo allaCarolina – (che è il robot elettronico di servizio).La Carolina, generosamente, si offre di assaggiare perprima il contenuto della bottiglia. Se ne versa un dito nelbicchiere, lo beve, fa schioccare la lingua:- Uh, se è buona, – esclama, e subito comincia arecitare la zoologia: «La mucca è un quadrupederuminante, si nutre di erba e ci dà il latte con lacioccolata».- Hai visto? – domanda la mamma trionfante.Lo scolaretto nicchia. Sospetta ancora che non si trattidi zoologia, ma di olio di fegato di merluzzo. Poi sirassegna, chiude gli occhi e trangugia la sua lezione tuttain una volta. Applausi.Ci sono, si capisce, anche scolaretti diligenti e studiosi:anzi, golosi. Si alzano di notte a rubare la storia-granatina, e leccano fin l’ultima goccia dal bicchiere. Diventanosapientissimi.Per i bambini dell’asilo ci sono delle caramelleistruttive: hanno il gusto della fragola, dell’ananas, delratafià, e contengono alcune facili poesie, i nomi deigiorni della settimana, la numerazione fino a dieci.Un mio amico cosmonauta mi ha portato per ricordouna di quelle caramelle. L’ho data alla mia bambina, edessa ha cominciato subito a recitare una buffa filastroccanella lingua del pianeta Bih, che diceva pressappoco:anta anta pero peropenta pinta pim però,e io non ci ho capito niente.”


IL PULCINO COSMICO

Il pulcino cosmicoL’anno scorso a Pasqua, in casa del professor Tibolla,dall’uovo di cioccolata sapete cosa saltò fuori? Sorpresa:un pulcino cosmico, simile in tutto ai pulcini terrestri, macon un berretto da capitano in testa e un’antenna dellatelevisione sul berretto.Il professore, la signora Luisa e i bambini fecero tuttiinsieme: «Oh», e dopo questo oh non trovarono piùparole.Il pulcino si guardava intorno con aria malcontenta.- Come siete indietro su questo pianeta, – osservò, – quiè appena Pasqua; da noi, su Marte Ottavo, è giàmercoledì.- Di questo mese? – domandò il professor Tibolla.- Ci mancherebbe! Mercoledì del mese venturo. Macon gli anni siamo avanti di venticinque.Il pulcino cosmico fece quattro passi in su e in giù persgranchirsi le gambe, e borbottava: – Che seccatura! Chebrutta seccatura.- Cos’è che la preoccupa? – domandò la signora Luisa.- Avete rotto l’uovo volante e io non potrò tornare suMarte Ottavo.- Ma noi l’uovo l’abbiamo comprato in pasticceria.- Voi non sapete niente. Questo uovo, in realtà, è unanave spaziale, travestita da uovo di Pasqua, e io sono ilsuo comandante, travestito da pulcino.- E l’equipaggio?Mi faranno per lo meno colonnello.- Be’, colonnello è più che capitano.- Da voi, perché avete i gradi alla rovescia. Da noi ilgrado più alto è cittadino semplice. Ma lasciamo perdere.La mia missione è fallita.- Potremmo dirle che ci dispiace, ma non sappiamo diche missione si trattava.- Ah, non lo so nemmeno io. Io dovevo soltantoaspettare in quella vetrina fin che il nostro agente segretosi fosse fatto vivo.- Interessante, – disse il professore, – avete anche degliagenti segreti sulla Terra. E se andassimo a raccontarloalla polizia?- Ma sì, andate in giro a parlare di un pulcino cosmico,e vi farete ridere dietro.- Giusto anche questo. Allora, giacché siamo tra noi, cidica qualcosa di più su quegli agenti segreti.- Essi sono incaricati di individuare i terrestri chesbarcheranno su Marte Ottavo tra venticinque anni.- È piuttosto buffo. Noi, per adesso, non sappiamonemmeno dove si trovi Marte Ottavo.- Lei dimentica, caro professore, che lassù siamo avanticol tempo di venticinque anni. Per esempio sappiamo giàche il capitano dell’astronave terrestre che giungerà suMarte Ottavo si chiamerà Gino.- Toh, – disse il figlio maggiore del professor Tibolla, -proprio come me.- Pura coincidenza, – sentenziò il cosmopulcino. – Sichiamerà Gino e avrà trentatre anni. Dunque, in questomomento, sulla Terra, ha esattamente otto anni.- Guarda guarda, – disse Gino, – proprio la mia età. -Non mi interrompere continuamente, – esclamò conseverità il comandante dell’uovo spaziale. – Come stavo spiegandovi, noi dobbiamo trovare questo Gino e gli altrimembri dell’equipaggio futuro, per sorvegliarli, senza chese ne accorgano, e per educarli come si deve.- Cosa, cosa? – fece il professore. – Forse noi non lieduchiamo bene i nostri bambini?- Mica tanto. Primo, non li abituate all’idea chedovranno viaggiare tra le stelle; secondo, non insegnateloro che sono cittadini dell’universo; terzo, non insegnateloro che la parola nemico, fuori della Terra, non esiste;quarto…- Scusi comandante, – lo interruppe la signora Luisa, -come si chiama di cognome quel vostro Gino?- Prego, vostro, non nostro. Si chiama Tibolla. GinoTibolla.- Ma sono io! – saltò su il figlio del professore. – Urrà!- Urrà che cosa? – esclamò la signora Luisa. – Noncrederai che tuo padre e io ti permetteremo…Ma il pulcino cosmico era già volato in braccio a Gino.- Urrà! Missione compiuta! Tra venticinque anni potròtornare a casa anch’io.- E l’uovo? – domandò con un sospiro la sorellina diGino.- Ma lo mangiamo subito, naturalmente. E così fu fatto.”

GLI UOMINI DI BURRO

Giovannino Perdigiorno, gran viaggiatore e famosoesploratore, capitò una volta nel paese degli uomini diburro. A stare al sole si squagliavano, dovevano viveresempre al fresco, e abitavano in una città dove al postodelle case c’erano tanti frigoriferi. Giovannino passavaper le strade e li vedeva affacciati ai finestrini dei lorofrigoriferi, con una borsa di ghiaccio in testa. Sullosportello di ogni frigorifero c’era un telefono per parlarecon l’inquilino.- Pronto. – Pronto. – Chi parla?- Sono il re degli uomini di burro. Tutta panna di primaqualità. Latte di mucca svizzera. Ha guardato bene il miofrigorifero?- Perbacco, è d’oro massiccio. Ma non esce mai di lì? -D’inverno, se fa abbastanza freddo, in un’automobile dighiaccio.- E se per caso il sole sbuca d’improvviso dalle nuvolementre la Vostra Maestà fa la sua passeggiatina? – Nonpuò, non è permesso. Lo farei mettere in prigione dai mieisoldati.- Bum, – disse Giovannino. E se ne andò in un altropaese”


IL PESCATORE DI CEFALÚ

Una volta un pescatore di Cefalù, nel tirare in barca larete, la sentì pesante pesante, e chissà cosa credeva ditrovarci. Invece ci trovò un pesciolino lungo un mignolo,lo afferrò con rabbia e stava per ributtarlo in mare quandoudì una vocina sottile che diceva:- Ahi, non mi stringere così forte.Il pescatore si guardò intorno e non vide nessuno, névicino né lontano, e alzò il braccio per buttare il pesce,ma ecco di nuovo la vocina:- Non mi buttare, non mi buttare!Allora capì che la voce veniva dal pesce, lo aprì e citrovò dentro un bambino piccolo piccolo, ma ben fatto,coi piedi, le mani, la faccina, tutto proprio a posto, soloche dietro la schiena aveva due pinne, come i pesci.- Chi sei?- Sono il bambino di mare.- E che vuoi da me?- Se mi terrai con te ti porterò fortuna. Il pescatoresospirò:- Ho già tanti figli da mantenere, proprio a me dovevatoccare questa fortuna di averne da sfamare un altro.- Vedrai, – disse il bambino di mare.Il pescatore lo portò a casa, gli fece fare una camiciaper nascondere le pinne e lo mise a dormire nella culla delsuo ultimo nato, e non occupava nemmeno mezzo cuscinocon tutta la persona. Quello che mangiava, però, era uno spavento:mangiava più lui di tutti gli altri figli del pescatore, cheerano sette, uno più affamato dell’altro.- Una bella fortuna davvero, – sospirava il pescatore. -Andiamo a pescare? – disse la mattina dopo il bambino dimare con la sua vocetta sottile sottile. Andarono, e ilbambino di mare disse: – Rema diritto fin che te lo dicoio. Ecco, siamo arrivati. Butta la rete qua sotto.Il pescatore ubbidì, e quando ritirò la rete la vide pienacome non l’aveva mai vista, ed era tutto pesce di primaqualità.Il bambino di mare batté le mani: – Te l’avevo detto, ioso dove stanno i pesci.In breve tempo il pescatore arricchì, comprò unaseconda barca, poi una terza, poi tante, e tutte andavanoin mare a buttare le reti per lui, e le reti si riempivano dipesce fino, e il pescatore guadagnava tanti soldi chedovette far studiare da ragioniere uno dei suoi figli percontarli.Diventando ricco, però, il pescatore dimenticò quel cheaveva sofferto quando era povero. Trattava male i suoimarinai, li pagava poco, e se protestavano li licenziava.- Come faremo a sfamare i nostri bambini? – essi silamentavano.- Dategli dei sassi, – egli rispondeva, – vedrete che lidigeriranno.Il bambino di mare, che vedeva tutto e sentiva tutto,una sera gli disse:- Bada che quel che è stato fatto si può disfare.Ma il pescatore rise e non gli diede retta. Anzi, prese ilbambino di mare, lo rinchiuse in una grossa conchiglia elo gettò in acqua. E chissà quanto tempo dovrà passare prima che ilbambino di mare possa liberarsi. Voi cosa fareste al suoposto? “


ASCENSORE PER LE STELLE

A tredici anni Romoletto venne assunto come aiutogarzone al bar Italia. Gli affidarono i servizi a domicilio, etutto il giorno egli correva su e giù per strade e per scale,reggendo in equilibrio vassoi pericolosamente carichi dichicchere, tazze e bicchieri. Più che altro gli davanofastidio le scale: a Roma, come del resto in altri posti delmondo, le portinaie sono gelose dei loro ascensori e nevietano l’accesso, di persona o con cartelli, a baristi, lattai,fruttaroli e simili.Una mattina telefonò al bar l’interno quattordici delnumero centotre, voleva quattro birre e un tè ghiacciato,«ma subito, o li butto dalla finestra», aggiunse una voceburbera, ed era quella del vecchio marchese Venanzio,terrore dei fornitori.L’ascensore del numero centotre era di quelliproibitissimi, ma Romoletto sapeva come ingannare lasorveglianza della portinaia, che sonnecchiava nellaguardiola: sgattaiolò non visto nella cabina, infilò lecinque lire nell’apparecchio a scatto, schiacciò il bottonedel quinto piano e l’ascensore partì cigolando. Ecco ilprimo piano, il secondo, il terzo. Dopo il quarto piano,invece di rallentare, l’ascensore accelerò la corsa, schizzòdavanti al pianerottolo del marchese Venanzio senzafermarsi, e prima che Romoletto avesse il tempo dimeravigliarsi tutta Roma giaceva ai suoi piedi e l’ascensore saliva alla velocità di un razzo verso un cielotanto azzurro da sembrar nero.- Ti saluto, marchese Venanzio, – mormorò Romolettocon un brivido. Con la mano sinistra egli reggeva semprein equilibrio il vassoio con le consumazioni, e la cosa erapiuttosto da ridere, considerando che intorno all’ascensoresi allargava ormai ai quattro venti lo spaziointerplanetario, e la terra, laggiù laggiù, in fondoall’abisso celeste, ruotava su se stessa trascinando nellasua corsa il marchese Venanzio che aspettava le quattrobirre e il tè ghiacciato.«Almeno non arriverò tra i marziani a mani vuote»,pensò Romoletto, chiudendo gli occhi. Quando li riaperse,l’ascensore aveva ricominciato a scendere, e Romolettotirò un respiro di sollievo:- Dopo tutto, il tè arriverà ghiacciato ugualmente.Purtroppo l’ascensore toccò terra nel cuore di unaselvaggia foresta tropicale e Romoletto, guardandoattraverso i vetri, si vide circondato da strane scimmiebarbute che se lo indicavano eccitate, chiacchierando constraordinaria rapidità in una lingua incomprensibile.«Forse siamo cascati in Africa», rifletté Romoletto. Maecco che il cerchio delle scimmie si apriva per lasciarpassare un personaggio inatteso: uno scimmione in divisablu, montato su un enorme triciclo.- Una guardia! Forza, Romoletto!E senza contare né uno né due il giovane aiuto garzonedel bar Italia schiacciò un bottone dell’ascensore, il primoche gli capitò sotto le dita. L’ascensore ripartì a velocitàsupersonica, e solo quando fu a una certa distanzaRomoletto, guardando in basso, si rese conto che ilpianeta dal quale stava fuggendo non poteva essere laTerra: i suoi continenti e i suoi mari avevano un disegnodel tutto diverso, e mentre dallo spazio la Terra gli era apparsa di un bell’azzurro tenero, i colori di questo globovariavano dal verde al viola.- Sarà stato Venere, – decise Romoletto, – ma almarchese Venanzio cosa dirò?Toccò con le nocche delle dita i bicchieri sul vassoio:erano gelati come quando era uscito dal bar. Tuttosommato, non dovevano essere trascorsi che pochiminuti.L’ascensore, dopo aver attraversato a velocitàincredibile un enorme spazio deserto, riprese a scendere.Romoletto, stavolta, non poteva aver dubbi:- Accipicchia! – esclamò, – stiamo atterrando sullaLuna. Che ci faccio io qui?I famosi crateri lunari si avvicinavano rapidamente.Romoletto corse con le dita della mano libera dal vassoioalla bottoniera dell’ascensore, ma:- Alt! – si ordinò, prima di schiacciare un bottonequalsiasi, – riflettiamo un momentino.Esaminò la fila dei bottoni. L’ultimo in basso recava inrosso la lettera «T», che vuol dire terra.- Proviamo! – sospirò Romoletto.Schiacciò il bottone del pianterreno e l’ascensoreinvertì immediatamente la rotta. Pochi minuti doporiattraversava il cielo di Roma, il tetto del numerocentotre, la tromba delle scale, e atterrava accanto allanota portineria, dove la portinaia, ignara di quel drammainterplanetario, continuava a sonnecchiare.Romoletto si precipitò fuori, senza nemmeno voltarsi arichiudere la porta. Stavolta le scale le fece a piedi. Bussòall’interno quattordici e ascoltò a testa bassa, senzafiatare, le proteste del marchese Venanzio:- Be’, ma dove sei stato tutto questo tempo? Ma ce losai che da quando vi ho ordinato queste maledette birre equesto stramaledetto tè ghiacciato sono passati ben quattordici minuti? Al posto tuo Gagarin sarebbe giàarrivato sulla Luna.«Anche più in là», pensò Romoletto, ma non aprìbocca. E per fortuna le bevande erano ancora ghiacciate apuntino.Eh, ne deve fare di corse, in un giorno, l’aiuto garzonedel bar Italia addetto ai servizi a domicilio… “


A SBAGLIAR LE STORIE

– C’era una volta una bambina che si chiamavaCappuccetto Giallo.- No, Rosso!- Ah, Sì, Cappuccetto Rosso. La sua mamma la chiamòe le disse: Senti, Cappuccetto Verde…- Ma no, Rosso!- Ah, Sì, Rosso. Vai dalla zia Diomira a portarle questabuccia di patata.- No: vai dalla nonna a portarle questa focaccia.- Va bene. La bambina andò nel bosco e incontrò unagiraffa.- Che confusione! Incontrò un lupo, non una giraffa.- E il lupo le domandò: «Quanto fa sei per otto?» -Niente affatto. Il lupo le chiese: «Dove vai?»- Hai ragione. E Cappuccetto Nero rispose… – EraCappuccetto Rosso, rosso, rosso!- Sì, e rispose: «Vado al mercato a comperare la salsadi pomodoro».- Neanche per sogno: «Vado dalla nonna che è malata,ma non so più la strada».- Giusto. E il cavallo disse… – Quale cavallo? Era unlupo.- Sicuro. E disse così: «Prendi il tram numerosettantacinque, scendi in piazza del Duomo, gira a destra,troverai tre scalini e un soldo per terra, lascia stare i tre scalini, raccatta il soldo e comprati una gomma damasticare».- Nonno, tu non sai proprio raccontare le storie, lesbagli tutte. Però la gomma da masticare me la comperi lostesso.- Va bene: eccoti il soldo.E il nonno tornò a leggere il suo giornale.

IL PALAZZO DI GELATO

“Una volta, a Bologna, fecero un palazzo di gelatoproprio sulla Piazza Maggiore, e i bambini venivano dilontano a dargli una leccatina.Il tetto era di panna montata, il fumo dei comignoli dizucchero filato, i comignoli di frutta candita. Tutto il restoera di gelato: le porte di gelato, i muri di gelato, i mobilidi gelato.Un bambino piccolissimo si era attaccato a un tavolo egli leccò le zampe una per una, fin che il tavolo gli crollòaddosso con tutti i piatti, e i piatti erano di gelato alcioccolato, il più buono.Una guardia del Comune, a un certo punto, si accorseche una finestra si scioglieva. I vetri erano di gelato allafragola, e si squagliavano in rivoletti rosa.- Presto, – gridò la guardia, – più presto ancora!E giù tutti a leccare più presto, per non lasciar andareperduta una sola goccia di quel capolavoro.- Una poltrona! – implorava una vecchiettina, che nonriusciva a farsi largo tra la folla, – una poltrona per unapovera vecchia. Chi me la porta? Coi braccioli, se èpossibile.Un generoso pompiere corse a prenderle una poltronadi gelato alla crema e pistacchio, e la povera vecchietta,tutta beata, cominciò a leccarla proprio dai braccioli.Fu un gran giorno, quello, e per ordine dei dottorinessuno ebbe il mal di pancia. Ancora adesso, quando i bambini chiedono un altrogelato, i genitori sospirano: – Eh già, per te ce ne vorrebbeun palazzo intero, come quello di Bologna. “


L’APOLLONIA DELLA MARMELLATA

A Sant’Antonio, sul Lago Maggiore, viveva unadonnina tanto brava a fare la marmellata, così brava che isuoi servigi erano richiesti in Valcuvia, in Valtravaglia, inVal Dumentina e in Val Poverina. La gente, quand’era lastagione, arrivava da tutte le valli, si sedeva sulmuricciolo a guardare il panorama del lago, coglievaqualche lampone dai cespugli, poi chiamava la donninadella marmellata:- Apollonia! – Che c’è?- Me la fareste una marmellata di mirtilli?- Eccomi.- Mi aiutereste a fare una buona marmellata di prugne?- Subito.L’Apollonia, quella donnina, aveva proprio le manid’oro, e faceva le migliori marmellate del Varesotto e delCanton Ticino.Una volta capitò da lei una donnetta di Arcumeggia,così povera che per fare la marmellata non aveva neancheun cartoccio di ghiande di pesca, e allora, strada facendo,si era riempito il grembiule di ricci di castagne.- Apollonia, me la fareste la marmellata?- Coi ricci?- Non ho trovato altro…- Pazienza, proverò.E l’Apollonia tanto fece che dai ricci delle castagnecavò la meraviglia delle marmellate. Un’altra volta quella donnina di Arcumeggia non trovònemmeno i ricci delle castagne, perché le foglie secche,cadendo, li avevano ricoperti; perciò arrivò con ungrembiule pieno di ortiche.- Apollonia, me la fate la marmellata?- Con le ortiche?- Non ho trovato altro…- Pazienza, si vedrà.E l’Apollonia prese le ortiche, le inzuccherò, le fecebollire come sapeva lei e ne ottenne una marmellata daleccarsi le dita.Perché l’Apollonia, quella donnina, aveva le mani d’oroe d’argento, e avrebbe fatto la marmellata anche con isassi.Una volta passò di lì l’imperatore e volle provare anchelui la marmellata dell’Apollonia, e lei gliene dette unpiattino, ma l’imperatore dopo la prima cucchiaiata sidisgustò, perché c’era caduta dentro una mosca.- Mi fa schifo, – disse l’imperatore.- Se non era buona, la mosca non ci cascava, – dissel’Apollonia.Ma ormai l’imperatore si era arrabbiato e ordinò ai suoisoldati di tagliare le mani all’Apollonia.Allora la gente si ribellò e mandò a dire all’imperatoreche se lui faceva tagliare le mani all’Apollonia loro gliavrebbero tagliato la corona con tutta la testa, perché testeper fare l’imperatore se ne trovano a tutte le cantonate, mamani d’oro come quelle dell’Apollonia sono ben piùpreziose e rare.E l’imperatore dovette far fagotto


LA FEBBRE MANGINA

Quando la bambina è malata anche le sue bamboledebbono ammalarsi per farle compagnia, il nonno levisita, prescrive le medicine del caso e fa loro moltissimeiniezioni con una penna a sfera.- Questo bambino è malato, dottore.- Vediamo un po’. Eh Sì, eh già. Mi pare che abbia unabuona brontolite.- È grave?- Gravissimo. Gli dia da bere questo sciroppo di matitablu e gli faccia dei massaggi con la carta di una caramella all’anice.- E quest’altro bambino non le pare malaticcio anchelui?- Malatissimo, si vede senza cannocchiale.- E che cosa ha?- Un po’ di raffreddore, un po’ di raffreddino e due ettidi fragolite acuta.- Mamma mia! Morirà?- Non c’è pericolo. Gli dia queste pastiglie di stupidinasciolte in un bicchiere di acqua sporca, però prenda unbicchiere verde perché i bicchieri rossi gli farebberovenire il mal di denti.Una mattina la bambina si sveglia guarita, il dottore ledice che può alzarsi ma il nonno vuole visitarlapersonalmente, mentre la mamma prepara i vestiti. – Sentiamo un po’… dica trentatre… dica perepepè…provi a cantare… tutto a posto: una magnifica febbremangina.


IL POZZO DI CASCINA PIANA

A metà strada tra Saronno e Legnano, sulla riva di ungrande bosco, c’era la Cascina Piana, che comprendeva intutto tre cortili. Ci vivevano undici famiglie. A CascinaPiana c’era un solo pozzo per cavare l’acqua, ed era unostrano pozzo, perché la carrucola per avvolgervi la cordac’era, ma non c’era né corda né catena. Ognuna delleundici famiglie in casa, accanto al secchio, teneva appesauna corda, e chi andava ad attingere acqua la staccava, sel’avvolgeva al braccio e la portava al pozzo; e quandoaveva fatto risalire il secchio staccava la corda dallacarrucola, e se la riportava gelosamente a casa. Un solopozzo e undici corde. E se non ci credete, andate ainformarvi e vi racconteranno, come hanno raccontato ame, che quelle undici famiglie non andavano d’accordo esi facevano continuamente dispetti, e piuttosto checomprare insieme una bella catena, e fissarla allacarrucola perché potesse servire per tutti, avrebberoriempito il pozzo di terra e di erbacce.Scoppiò la guerra, e gli uomini della Cascina Pianaandarono sotto le armi raccomandando alle loro donnetante cose, e anche di non farsi rubare le corde.Poi ci fu l’invasione tedesca, gli uomini erano lontani,le donne avevano paura, ma le undici corde stavanosempre al sicuro nelle undici case.Un giorno un bambino della Cascina andò al bosco perraccogliere un fascio di legna e udì uscire un lamento da un cespuglio. Era un partigiano ferito a una gamba, e ilbambino corse a chiamare sua madre. La donna eraspaventata e si torceva le mani, ma poi disse: – Loporteremo a casa e lo terremo nascosto. Speriamo chequalcuno aiuti il tuo babbo soldato, se ne ha bisogno. Noinon sappiamo nemmeno dove sia, e se è ancora vivo.Nascosero il partigiano nel granaio e mandarono achiamare il medico, dicendo che era per la vecchia nonna.Le altre donne della Cascina, però, avevano visto lanonna proprio quella mattina, sana come un galletto, eindovinarono che c’era sotto qualcosa. Prima che fosseropassate ventiquattr’ore tutta la Cascina seppe che c’era unpartigiano ferito in quel granaio, e qualche vecchiocontadino disse: – Se lo sanno i tedeschi, verranno qui e ciammazzeranno. Faremo tutti una brutta fine.Ma le donne non ragionarono così. Pensavano ai lorouomini lontani, e pensavano che anche loro, forse, eranoferiti e dovevano nascondersi, e sospiravano. Il terzogiorno, una donna prese un salamino del maiale che avevaappena fatto macellare, e lo portò alla Caterina, che era ladonna che aveva nascosto il partigiano, e le disse: – Quelpoveretto ha bisogno di rinforzarsi. Dategli questosalamino.Dopo un po’ arrivò un’altra donna con una bottiglia divino, poi una terza con un sacchetto di farina gialla per lapolenta, poi una quarta con un pezzo di lardo, e prima disera tutte le donne della Cascina erano state a casa dellaCaterina, e avevano visto il partigiano e gli avevanoportato i loro regali, asciugandosi una lacrima. E per tuttoil tempo che la ferita impiegò a rimarginarsi, tutte leundici famiglie della Cascina trattarono il partigianocome se fosse un figlio loro, e non gli fecero mancarenulla. Il partigiano guarì, uscì in cortile a prendere il sole,vide il pozzo senza corda e si meravigliò moltissimo. Ledonne, arrossendo, gli spiegarono che ogni famiglia avevala sua corda, ma non gli potevano dare una spiegazionesoddisfacente. Avrebbero dovuto dirgli che eranonemiche tra loro, ma questo non era più vero, perchéavevano sofferto insieme, e insieme avevano aiutato ilpartigiano. Dunque non lo sapevano ancora, ma eranodiventate amiche e sorelle, e non c’era più ragione ditenere undici corde.Allora decisero di comprare una catena, coi soldi ditutte le famiglie, e di attaccarla alla carrucola. E cosìfecero. E il partigiano cavò il primo secchio d’acqua, edera come l’inaugurazione di un monumento.La sera stessa il partigiano, completamente guarito,ripartì per la montagna. “


LA STRADA DI CIOCCOLATO

La strada di cioccolato
Tre fratellini di Barletta una volta, camminando per la
campagna, trovarono una strada liscia liscia e tutta
marrone.Che sarà? – disse il primo.

Legno non è, – disse il secondo.

Non è carbone, – disse il terzo.
Per saperne di più si inginocchiarono tutti e tre e
diedero una leccatina.
Era cioccolato, era una strada di cioccolato.
Cominciarono a mangiarne un pezzetto, poi un altro
pezzetto, venne la sera e i tre fratellini erano ancora lì che
mangiavano la strada di cioccolato, fin che non ce ne fu
più neanche un quadratino. Non c’era più né il cioccolato
né la strada.

Dove siamo? – domandò il primo.

Non siamo a Bari, – disse il secondo.

Non siamo a Molfetta, – disse il terzo.
Non sapevano proprio come fare. Per fortuna ecco
arrivare dai campi un contadino col suo carretto.

Vi porto a casa io, – disse il contadino. E li portò fino
a Barletta, fin sulla porta di casa. Nello smontare dal
carretto si accorsero che era fatto tutto di biscotto. Senza
dire né uno né due cominciarono a mangiarselo, e non
lasciarono né le ruote né le stanghe.
Tre fratellini così fortunati, a Barletta, non c’erano mai
stati prima e chissà quando ci saranno un’altra volta.

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