La dea Lupa e i crakers di San Valentino

San Valentino, in principio era una Lupa. La Dea Lupa. Vediamo com’é la storia.

La grande dea-madre delle popolazioni italiche pre-romane matriarcali era una dea-lupa. Dea “trina” -come Diana Triforme, che era allo stesso tempo signora della caccia, della luna e degli inferi- assicurava la fertilitá e lo svolgimento regolare dei fatti naturali. A lei si dedicavano templi nei “trivia”, l’incrocio di tre vie. E per lei le sacerdotesse, le Lupe, praticavano -come in molte religioni arcaiche in tutto il mondo- la ierodulia, la prostituzione sacra.

Fu la Dea Lupa che alimentó Romolo e Remo nella leggenda iniziale. D’altra parte chi altri, se non Madre Natura in persona, poteva aver nutrito i fondatori di Roma? E forse, se in ogni leggenda c’e’ un po’ di storia, furono davvero le sue sacerdotesse italiche, le Lupe, nell’ VIII secolo a raccogliere e nutrire due trovatelli in gamba, che crebbero forti e fondarono una cittá destinata a un grande avvenire.

La lupa capitolina

Piú tardi, nella Roma del potere, del matriarcato arcaico si perse traccia: le Lupe diventarono prostitute comuni, alle vestali si impose di rimanere vergini, i “Lupanari” e i luoghi “triviali” passarono ad assumere il significato profano che hanno ancora oggi. Rimase la leggenda di Romolo e Remo, rimaneggiata da Virgilio per sembrare piú greca e meno italica. E rimase una Lupa simbolica: se proprio bisogna sopportare due orfani nel mito d’origine, meglio farli accompagnare da un animale che da una donna.

Niente piú Dea Madre, dunque, ma il grande Impero degli eserciti rimaneva plasmato su un modello agricolo, e la fertilitá bisognava assicurarla. Il dio patriarcale dell’ agricoltura passa ad essere Fauno. Ma i culti arcaici della fertilitá continuano. Alla fine dell’ inverno, quando é ora che il buio finisca, che la terra diventi buona, che la primavera si svegli, ci si purifica e poi si fanno sacrifici alla terra. Il mese preposto é Febbraio: “februare” significa purificare, perché é il mese designato alle espiazioni rituali di fine inverno, che propiziano la rinascita della primavera.

Mosaico romano ritrovato a Sousse in Tunisia:
rappresenta i Lupercalia in Febbraio

Tra il 13 e il 15 Febbraio, dunque, per piú di mille anni -dall’ epoca pre-romana fino almeno al V sec d.C. era la grande festa della fertilitá. Si chiamava Lupercalia. Cosí sentita che neanche i Cristiani dei primi secoli ebbero il coraggio di cancellarla.

Della Dea Madre, a quel punto, neanche l’ombra. La Dea Lupa era diventata Dio Luperco e i suoi sacerdoti, Luperci, invece che prostitute sacre erano giovani patrizi (piú tardi solo cavalieri equestri). Il rito di iniziazione era roba da maschi selvaggi: nudi e unti di grasso, i Luperci uccidevano due capre e un cane nella grotta del Palatino, e passavano il coltello intinto nel sangue sulla fronte degli iniziandi. Il coltello veniva asciugato nella lana bianca della capra. Poi ridevano (sic!) e si consumava un abbondante banchetto. Con la pelle degli animali sacrificati si facevano “fruste” rivestite di lana con cui i Luperci correvano a perdifiato attorno alla grotta “frustando” il suolo e i ventri delle donne per renderli fertili. Si consumano gli “exta”, i visceri degli animali sacrificati.

E su offrono le focacce sacre: le “mola salsa” preparate dalle Vestali. Sbriciolate sulle vittime sacrificali (che sono quindi immolate, coperte di “mola”) sono offerte agli dei e condivise dai partecipanti alla cerimonia sono un cibo sacro per tutti. Il nome viene da “mola” (macina – quindi farro macinato) e “salsus”, salato.

Erano in pratica dei crakers secchi e non lievitati, impastati con sale marino, acqua di fonte e farro. Piú che una ricetta la sua preparazione é un rituale, riservato alle vestali. Il farro veniva raccolto tra il 9 e il 15 maggio (erano i primi raccolti), macinato e poi mischiato con sale marino -raccolto anch’esso nel corso di una cerimonia specifica- e poi messo a riposare in un urna fuori dal tempio di Vesta. Era successivamente impastato con acqua di fonte perenne. Sappiamo che la preparazione conteneva la stessa quantitá di farina e di sale (quindi, in pratica, era salatissima). L’impasto tondo e schiacciato si metteva a cuocere nel tempio di Vesta e si conservava per tutto l’anno.

Ricostruzione di Mola Salsa

Sconsiglio di scimmiottare il rito delle Vestali, mi sembrerebbe un po’ sacrilego anche se fatto con intento scientifico.

Peró nessuno ci impedisce a metá Febbraio di preparare e regalare questi biscottini al farro moderni, senza disturbare cani e capre (che preferiamo vivi) ma ringraziando la Dea Lupa, che ufficialmente o sotto altri nomi, ogni primavera sta lí a fare il suo lavoro.

Per essere “filologicamente corretti” potete mischiare 500g di farina di farro a 150g di acqua tiepida e almeno 10g di sale marino (sarebbe di piú ma…davvero volete?). Impastare, far riposare 30 minuti. poi stirare sottili, tagliare rotondi con un coppapasta e cuocere in forno.

Per avere dei crackers al farro buoni, invece, potete seguire questa ricetta: 250g farro, 50g olio, 120g vino bianco secco, 6g sale marino grosso. Amalgamare gli ingredienti, lasciar riposare 30 minuti, stirare l’impasto di uno spessore di 3 mm, tagliare quadrati, cospargere di sale marino e cuocere al forno

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