Una “ciofeca” di caffé.

Se mi mettete in mano una tazza d’orzo, magari con un goccino di latte e una Girella Motta, io con ogni probabilitá inizio a canticchiare “Orzobimbo, Bim Bom Bam”. Se mi prende la sbornia triste, poi, (sbornia da orzo, si intende) potrei anche versare due lacrimucce, pensando alla mamma che dice “bravissimissimissimona” e mi schiocca un super- bacio in fronte, come ricompensa per aver finito tutta la colazione. Come se fosse un’ operazione meritevole, finire la colazione. In effetti avrei affrontato draghi a mani nude pur di avere quel bacio in fronte, ma la circostanza di poter ottenere un premio cosí prezioso solo bevendo caffelatté, se pur nella versione infantile all’ orzo, che per altro mi piaceva un sacco, mi é sempre sembrata un eccellente ragione per credere alla bontá intrinseca della natura umana e per fare scorte di speranza sulla fondamentale generositá del destino. Scorte che ultimamente si stanno esaurendo, ma questo e’ un altro discorso.

Per la generazione X, insomma, caffe’ d’orzo uguale comfort food, anche nella versione “Sprint” (per lupacchiotti affamati) grazie alla quale, a ben vedere la lista ingredienti, piú che a crescere abbiamo imparato a sopravvivere .

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Piú avanti, il caffé d’orzo, in tazza grande, al bar, era diventato una moda da collocare prima dell’ era vegan/no carb e subito dopo l’era macrobiotica. Scarsissima invece, o del tutto assente, l’analisi sull’ assurditá del “naming”, anche in una Milano anni 90 piuttosto fissata con la semiotica. Caffé d’orzo. Un ossimoro inutile. Come “uva di mele”. O “acqua di vino” o “cioccolato di riso” (…ops).

Ma per cogliere l’ironia di Totó, il suo disprezzo per il caffé “ciofeca” (a base, anche lui, d’orzo e a volte cicoria) devo fare appello ad altri ricordi: i nonni, che ancora da adulti, in una situazione di benessere stabile e oramai garantito da decenni, tenevano in dispensa “scorte” di olio, farina e caffé perché “non si sa mai”. Il rito della moca, di mattina e dopopranzo, in tazzine servite sempre con grande cura, come qualcosa di prezioso, non scontato. Gli incubi di bombardamenti e carri militari nemici, che riapparivano nelle notti di pioggia. E i racconti, inesauribili (della nonna) e completamente muti (del nonno), di anni di povertá e paura, anni in cui, appunto, neanche il caffé sapeva di caffé.

E di questa Italia che parla Totó, dell baratro della guerra, del mercato nero, dell’ autarchia, delle liste, della dittatura: un’ intera epoca, che ha lasciato tracce indelebili nella storia e nella societá, e che viene riassunta, come solo un genio puó fare, in una scena breve, una battuta e una tazzina di caffé. All’ orzo.


“I Fascisti e coloro che militano nelle organizzazioni del Regime validi, non bevano caffè o ne riducano al minimo il consumo. In questo modo fregheremo i paesi che, per vendercelo, vorrebbero il nostro oro.” (Achille Starace, nel Vademecum dello stile fascista (fogli pubblicati tra 1931 e 1939)

Nel tardo autunno del 1935 l’Italia viene colpita da embargo dalla Societá delle Nazioni, come reazione all’ invasione dell’ Abissinia, l’attuale Etiopia. Il governo dell’ epoca vara una politica di autarchia e introduce la tessera annonaria che prevede il razionamento del cibo per le famiglie e il consumo di prodotti nazionali. Tra questi, il caffé “ciofeca” del filmato che abbiamo visto in apertura (fatto di orzo e cicoria) mette in crisi anche i fascisti convinti. Figuriamoci gli altri, che convinti non lo erano mai stati.

CURIOSITA’

Nel video riportato sopra, e in diversi film, Totó utilizza il sostantivo “ciofeca” per disprezzare un caffé di cattivo sapore. L’etimo della parola e’ incerto, alcuni suggeriscono che possa venire dall’ arabo šafaq (bevanda cattiva), altri ipotizzano il greco “Kofos” (insulso). Treccani riporta come etimo possibile lo spagnolo chufa «mandorla per fare un’orzata». Qualunque sia l’etimo, l’espressione “questo caffé é una ciofeca” é cosí bella, che abbiamo finito per estenderlo ad altre “ciofeche”.

RICETTA

E per finire, ecco la ricetta di caffé anice e cioccolato che il Gambrinus dedica a Totó, riprendendo dallo “scarfariello”, molto in voga negli anni Cinquanta

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