Moravia ciociaro tra zuppe e peperoni

La Ciociaria é per Moravia un libro, un film, un racconto, ma anche un pezzo di vita.

Locandina del film La Ciociara, di Vittorio de Sica, con Sofia Loren, Jean Paul Belmondo

Regione dai confini piú ideali che concreti, a sud del Lazio, é una zona prevalentemente di campagne e colline, raccolta attorno alla cittá di Frosinone.

MORAVIA ED ELSA MORANTE IN CIOCIARÍA

Moravia (36 anni), con Elsa Morante (29 anni), sposati da appena due anni si rifugiarono lí dopo l’armistizio dell’ 8 Settembre ’43 per scampare ai campi di concentramento. Erano infatti entrambe di origine ebrea e sulle liste di arresto. L’idea iniziale era raggiungere in treno Curzio Malaparte a Napoli, ma il treno si fermó per un guasto a Fondi, e cercarono scampo lí, per poi riparare dopo due mesi a Sant’Agata, dove rimasero nascosti in una capanna contadina. In questo editoriale di Latina Oggi si puó trovare un ricordo completo di chi visse con loro in quei mesi.

La casa di Sant’ Agata di Fondi dove vissero i Moravia. “Una specie di porcile con un’ anima” la definitá poi lui. Li ospitava Lisandrina, madre di Davide Marrocco, contadini ciociari.

A Fondi – ha raccontato Moravia – conoscevamo certi Mosillo, la famiglia di un giudice. Li trovammo: furono molto ospitali. Ci procurarono una stanza in una casa di contadini. Era una stanza che a dire sporca era poco: comunque eravamo tra buona gente. Faceva un caldo spaventoso, ma non ci muovemmo di là per qualche tempo, anche se i Tedeschi andavano in giro di tanto in tanto. Poi i fascisti cominciarono a fare razzia di uomini. Allora pensammo di salire in montagna. Una mattina, di buon’ora, ho caricato tutto quello che avevamo sulla groppa di un somaro e siamo partiti verso un posto che ne La Ciociara ho chiamato Sant’Eufemia, mentre invece si chiamava Sant’Agata. Ci siamo rimasti dalla fine di settembre fino al maggio successivo, sempre aspettando gl’Inglesi.
È stata un’esperienza piuttosto bella: con tutte le paure che avevamo, quello fu uno dei momenti più felici della mia vita
. Ero sposato da poco: avevo in tasca ottantamila lire; con quelle abbiamo vissuto quasi per un anno […] I contadini mi consideravano un riccone.” (E. Siciliano, Alberto Moravia: vita, parole e idee di un romanziere, Bompiani, Milano 1982, p. 57).

Lettera autografa di Moravia a Elsa Morante (1950): “tieni conto peró di una cosa, che io ti ho sempre amata, soprattutto dal tempo che precedette Sant’ Agata” (Biblioteca nazionale centrale Roma)

Una testimonianza piú estesa dei ricordi di Moravia si puó trovare QUI e QUI.

I Mossillo erano legati a Libero de Libero, direttore della galleria d’arte La Cometa, che aveva presentato Moravia alla Morante. Claudio Mossillo, magistrato, negli anni Trenta pranzava spesso nella trattoria di Pasqualino da Terni, in via del Babuino, e lí si raccoglievano a pranzo Pirandello, Cagli, Guttuso e altri artisti giá legati a La Cometa.

Sulla soglia della Galleria Cometa, oltre ad Alberto Moravia, al centro con Anna Pecci Blunt, si riconoscono Libero de Liberi (ultimo, sulla destra), Sibilla Aleramo (terza da sinistra), Giuseppe Ungaretti (terzultimo)

Fulvia e Gilberta Mossillo, figlie di Alcide Mossillo (nipote di Claudio) raccontano:

«Il giorno successivo al racconto di Alcide, mamma preparò un paniere di vimini con una pagnotta di pane casalingo, qualche posata e qualche piatto, peperoni e melanzane…E c’incamminammo verso Sant’Agata, lungo la strada per San Magno, assolata e polverosa. Arrivate alla capanna trovammo Moravia sul muricciolo della macera, camuffato da contadino fondano: camicia a quadri, pantaloni coperti da un vardamacchij, una specie di zinale di pelle di capra, un cappellaccio malconcio….”

Peperone Pontecorvo DOP, una specialitá ciociara. Attestato fin dal 1830, prende anche il nome di “cornetto di Pontecorvo” ed é ideale da mangiare crudo in insalata.

LA CIOCIARA – IL RACCONTO

Tra il 1948 e il 1954 Moravia scrisse, e poi raccolse, 61 racconti, usciti come “Racconti Romani”. Tra questi, uno s’intitola proprio La Ciociara e parla di Tuda,una giovane cameriera che scopre Roma…

Tuda arrivò una sera a Roma insieme con il comparetto e io andai a prenderla alla stazione. Al primo sguardo, capii che era di buona razza ciociara, proprio di quelle che sono capaci di zappare per una giornata filata senza rifiatare, oppure di portare sulla testa, per i sentieri di montagna, un cesto del peso di mezzo quintale. Ci aveva le guance rosse che piacevano al professore, la treccia arrotolata intorno la testa, le sopracciglia nere, unite che le sbarravano la fronte, il viso tondo e, quando rideva, mostrava i dentini bianchi, stretti stretti, che le donne, in Ciociaria, si puliscono strofinandoci una foglia di malva.
Non era vestita da ciociara, è vero, ma aveva il passo della ciociara che è abituata a poggiare la pianta del piede in terra, senza tacchi, e aveva quei polpacci muscolosi che sono tanto belli con le cinghie delle ciocie arrotolate intorno. Portava sotto il braccio un panierino, e mi disse che era per me: una dozzina di uova di giornata, nella paglia, ricoperte di foglie di fico. Le dissi che era meglio che le desse al professore, per fare buona impressione; ma lei rispose che non aveva pensato al professore, perché, trattandosi di un signore, ci doveva di certo avere il pollaio in casa. (…)

Donne ciociare con “le ciocie”, tipiche calzature di stringhe

Il professore, poi, portò Tuda nella cucina che era grande, con il fornello a gas, le pentole di alluminio e, insomma, tutto il necessario, e le spiegò come funzionava. Tuda ascoltò ogni cosa, zitta e seria. Finalmente, con quella sua voce sonora, disse: “Ma io non so cucinare.”
Il professore, sorpreso, disse: “Ma come?… mi avevano detto che sapevi cucinare.”
Lei disse: “Al paese lavoravo… zappavo. Cucinavamo sì, ma tanto per mangiare… una cucina come questa non ce l’ho mai avuta.”
“E dove cucinavi?”
“Nella capanna.”
“Beh”, fece il professore tirandosi il pizzo, “anche noi qui cuciniamo tanto per mangiare… mettiamo che tu debba cucinarmi un pranzo tanto per mangiare… che faresti?”
Lei sorrise e disse: “Ti farei la pasta coi fagioli… poi ti bevi un bicchiere di vino… e poi magari qualche noce, qualche fico secco.”
“Tutto qui… niente secondo?”
“Come, secondo?”
“Dico niente secondo piatto, pesce, carne?”
Questa volta lei si mise a ridere di gusto: “Ma quando ti sei mangiato un piatto di pasta e fagioli col pane, non ti basta?… che vuoi di più?… io con un piatto di pasta e fagioli e il pane ci zappavo tutto il giorno… tu mica lavori.”
“Studio, scrivo, lavoro anch’io.”
“Beh, studierai… ma il lavoro vero lo facciamo noi.”

PASTA E FAGIOLI CIOCIARA

Ecco la ricetta di Sagne e fagioli, alla quale si riferisce Tuda.

Sagne e fagioli, piatto tipico ciociaro
  • 400 grammi di farina, 250 ml di acqua per l’impasto. Si stende la massa dopo averla lasciata riposare circa 30 minuti e si taglia a rombi irregolari (“foglia d’ulivo”)
  • Olio, Asparagi selvatici, Aglio, fagioli cannellini ammollati, pancetta, erbe aromatiche per il condimento

I cannellini, precedentemente ammollati per 12 ore, devono bollire 2 ore. Poi si saltano con aglio, olio, pancetta, asparagi sbollentati ed erbe aromatiche. Le sagne si fanno bollire in abbondante acqua salata e quando sono pronte si riversano nel condimento insieme ad un paio di mestoli di acqua di cottura -si tratta infatti di una pasta non scolata.

IL ROMANZO E IL FILM

Nel 1957 Moravia pubblicó con il titolo la Ciociara anche un fortunato romanzo, che non ha peró relazione con il racconto. Protagoniste del romanzo sono la vedova Cesira, di origine Ciociara ma trasferita a Roma da anni, e la bella figlia adolescente Rosetta. Come Moravia, nel ’43 le due cercano rifugio in Ciociaria dove trascorrono mesi di una vita molto semplice, dove il cibo, o piuttosto la mancanza di cibo, ha un ruolo centrale. Al momento della liberazione tanto attesa peró, vengono assaltate dai Goumiers, una brigata fuori controllo di marocchini alleati dell’ esercito di liberazione francese. Le due donne verranno brutalmente violentata da quelli che dovevano essere i loro salvatori (una delle terribili pagine di storia italiana degli anni convulsi del dopoguerra, ancora troppo spesso dimenticata).

Dal libro fu tratto un altrettanto fortunato film con Sofia Loren e Jean Paul Belmondo. Il film é del ’60, l’ambientazione di quindici anni é ricostruita con cura. Per quanto racconti una vicenda tragica, il film almeno per i primi cinquanta minuti sembra piuttosto un documentario della vita degli sfollati, caratterizzata da lunghe attese, molte chiacchiere, un po´di paura affrontata insieme. Una descrizione che trova riscontro anche nei racconti che Moravia fa dei suoi propri periodi da sfollato. Il tema del cibo é centrale in tutta questa parte, che si rivela un prezioso documento di “storia in cucina”.

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